Il giornalismo locale e la mordacchia dei politici: che sia meglio scrivere di Garibaldi?

Attualità
Isernia martedì 16 aprile 2019
di Claudio de Luca
La mordacchia
La mordacchia © http://salvatoreloleggio.blogspot.com

LARINO. Negli ultimi tempi un amico di penna è stato “diffidato” per “quei pochi scherzucci di dozzina” vergati - senza alcuna acrimònia – per parlare degli altolocati “lor signori” locali. Determinati personaggi sono permalosi al punto da non volere manco essere nominati; anzi, se li citi soltanto, pensano subito di dover suonare la carica, proprio come fa il Commissario quando scioglie un’adunata sediziosa.

Ma i “nostri” non usano la tromba. Se ti va bene, ti fanno scrivere da uno Studio legale con cui, magari, si sono convenzionati. Ma, se ti vogliono rovinare, in luogo del sangue, ti chiedono danaro contante. Per evitare tali disavventure, si dovrebbe chiudere con l’uso del p.c., soprassedere e ragionare come Arìstone di Chio, filosofo stoico ai tempi della I guerra punica, detto “Sirena” per la sua facondia. Contemporaneo di Epicuro ed allievo di Zenone, ha lasciato scritto:”Chi trova da recriminare su tutto, somiglia a quei cani appena comprati che abbaiano non solo agli estranei quant’anche alla gente di casa”.

D’altronde, se incappi in qualcosa di spiacevole quale una “diffida”? Per quanto lo riguarda, il mio amico ha evitato di reagire alla reazione di chi si era sentito offeso, se non altro per ovviare al fastidio di essere sottoposto all’occhiuto esame linguistico-giuridico di un giudice penale adìto ‘ad hoc’. Se vi chiedete perché, cito l’esempio che mi ha fatto in proposito:”In una tribù del Congo, la moglie sospettata di adulterio doveva infilare la mano in un vaso da scegliere tra molti altri uguali. I cocci contenevano acqua, ma almeno uno era pieno di liquido caustico. Se la donna avesse infilato la mano in quest’ultimo, sarebbe stata colpevole ed in più si sarebbe ustionata.

Quel sistema pareva folle e crudele; ma, in quanto ai risultati (e posto a confronto con la metodica della Giustizia vera), non avrebbe avuto maggiori probabilità di errore di un regolare processo celebrato con l’osservanza della procedura e sotto l’imperio dei codici”. Perciò, ha concluso, figuriamoci se non convenga la “fuga” quando si sia stati resi destinatari di una “diffida”, fosse pure campata in aria.

Insomma, messo alle strette, l’amico di penna in futuro eviterà di parlare ancora di certi politici molisani per discorrere – più costruttivamente - di Garibaldi di cui (per fortuna) è possibile dire di tutto, senza che l’eroe abbia ad adontarsene. Tuttora la storia d’Italia si riassume nella sua barba, nel suo cavallo e nel suo ‘poncho’. Don Peppino è il Che Guevara nostrano, forte del suo onor del mento, degli occhi chiari e di una vita trascorsa a guerreggiare, sia a letto che sul terreno di battaglia. Sempre amato dalle donne ed ognora odiato dai potenti, il generale piaceva ai grandi più che ai ragazzi; aveva il consenso delle Autorità, della buona borghesia e dei professori anziani che s’inebriavano per certi suoi celebri motti (peraltro mai pronunciati). Oggi i più giovani lo considerano un po’ trombone ed un filino ridicolo per quel suo cappellino sbilenco da veglione di Capodanno calzato, peraltro ‘vintage’ e multicolore. Nonostante la sua ossessiva “presenza”, le vibranti liriche di Giosuè Carducci e la retorica storiografica risorgimentale, i Molisani gli vogliono tutt’ora bene.

La memoria di lui ci rende coscienti ch’egli sia stato un eroe della migliore tradizione, ottimo per fare l’Italia ma pessimo per governarla. Insomma, ha contribuito ad unirla, ma non avrebbe mai saputo guidarla come – di contro - seppe fare Cavour. Ecco perché, visti i tempi e le traversie in cui si può incappare quando si scrive di politica attiva e di politicanti molisani, il mio amico di penna “diffidato” ritiene che, per ovviare all’imposizione della mordacchia, sia meglio discettare di un Garibaldi ‘evergreen’ che di “lor signori”, pure perché quell’Italia (senza essere antica) appare sicuramente meno vecchia del Molise attuale, occupato da personaggi ottocenteschi con l’avvocato facile e con la puzza sotto il naso.

Claudio de Luca