​Le nuove aspettative di vita

Attualità
Isernia giovedì 18 luglio 2019
di Claudio de Luca
Aspettativa di vita
Aspettativa di vita © ​responsabilecivile.it​

MOLISE. Oggi, pure nel Molise, il rischio di ritrovarsi con una società composta di professionisti anziani che, al momento di essere posti in quiescenza, debbano fruire non solo di pensioni inadeguate quando anche di scarsa copertura sanitaria è più che reale. Le proiezioni, derivate da studi accreditati e dai dati elaborati dal Ministero del lavoro concretano univocamente uno scenario che, riferito ai decenni futuri, obbliga la Politica a riflettere profondamente, trattandosi di un problema che affliggerà l’intero Paese e che non potrà essere risolto solo dai Consigli d’amministrazione delle venti Casse privatizzate che oggi si occupano di erogare gli assegni. Cominciamo col dire che il problema si origina già a monte per il fatto che l'attesa di vita aumenta di qualche mese per ciascun anno che passa; cosicché, quanto prima si arriverà a superare, mediamente, un’aspettativa pari ad 85 anni.

Ed ecco il motivo per cui diventa una certezza quella di constatare il formarsi di comunità locali composte da centinaia di migliaia di ottantenni e di novantenni che renderanno ineludibile una domanda di copertura di ‘welfare crescente e, per molti versi, inedita. Naturalmente, accadrà che - sul lungo periodo - la Sanità pubblica non riuscirà più a soddisfare le prestazioni da erogare a chi non sia autosufficiente con la debita efficacia; per di più dovrà preoccuparsi di moltiplicare le strutture protette ed affrontare problematiche che incideranno fortemente sulla qualità della vita di ciascuno. A tale inesorabile processo si affianca la sostanziale modificazione dello ‘status’ dei professionisti, la categoria oggi rappresentata dai nostri giovani. E ciò accadrà perché la contingente crisi economica ha accelerato le fasi di una dinamica ben nota: quella per cui si entra nel mondo del lavoro molto più tardi di un tempo, potendo contare su redditi molto bassi (1.000 euro) e con una discontinuità di committenza ormai endemica. Cosicché l’attuale immagine del professionista più o meno benestante, fatta eccezione per una minoranza di casi, apparterrà definitivamente al passato.

In questo scenario, le Casse privatizzate, al di là delle necessarie politiche economiche affidate alle istituzioni, sanno di dovere intraprendere ogni azione utile a modificare il quadro complessivo. Ma come, se non possono ricevere alcun finanziamento pubblico per il divieto posto da quella legge che le rese autonome? Di recente, hanno aperto una linea di dialogo con il Ministero del lavoro (mentre si attendono segnali da quello dell'economia) con l'obiettivo di pervenire alla sottoscrizione di un ‘memorandum contenente una serie di azioni condivise, di cui alcune attuabili nell’immediato. Le linee-guida elaborate non sono nuove e possono essere agevolmente sintetizzate. Per sintetizzarlo, diciamo che l'impianto di ‘welfare’ già esistente deve essere reso ancora più sistematico, sia pure distinguendosi per un dettaglio o per l’altro a seconda delle opzioni di ciascun Istituto.

Le priorità vanno sistematizzate opportunamente, conseguendo prestazioni migliori grazie ad un'acconcia economia di scala. Di poi, occorrerà lavorare sull'adeguatezza delle prestazioni aumentando le aliquote contributive e destinando parte dell'aumento proprio alla creazione di strumenti di protezione sanitaria, assicurativa e reddituale. In questo senso le proposte di legge dovrebbero risultare un importante passo in avanti. Infine, occorre conseguire una fiscalità vantaggiosa al punto da “liberare” risorse a vantaggio del ‘welfare’. Come? Basti pensare che oggi le Casse privatizzate si vedono tassare le rendite finanziarie derivate dai propri investimenti al 12,5% (mentre i Fondi di secondo pilastro vengono tassati all'11%). E ciò viene applicato come se si trattasse di un qualunque altro soggetto privato. Nel contempo, le prestazioni pensionistiche vengono tassate secondo le aliquote Irpef. Si tratta di una doppia tassazione iniqua praticata da nessun altro Paese europeo. Oggi, vista la situazione economica, non si tratta di richiedere un generico sconto fiscale, ma di concordare una destinazione della riduzione dell'aliquota da dedicare appunto al sostegno sociale, riducendo quei costi, presenti e futuri, che lo Stato non è in grado di sopportare. Una sorta di riforma a costo-zero che rappresenterebbe un valore comune e un futuro migliore per i giovani professionisti d’oggi.

Claudio de Luca