Lo spopolamento, piaga del Sud, è molto più grave in Molise

Politica
Isernia giovedì 07 novembre 2019
di Antonio Di Rocco
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Antonio Di Rocco © Termolionline.it

TERMOLI. Il calo demografico affligge per prima l’economia, poi lentamente sopprime i servizi, da quelli meno essenziali a quelli addirittura vitali per la comunità, poi i giovani vanno via, i vecchi vanno in cielo e quasi all’improvviso crolla l’equilibrio generazionale e alla fine il collasso definitivo di un territorio. Occorre strumenti, mezzi e leggi eccezionali altrimenti il Molise e destinato ad essere l’ultima Regione istituita e la prima a morire.

Dobbiamo risalire ad un pò di anni passati per rendere meglio comprensibile la nefasta diagnosi odierna di cui la nostra regione sta vivendo e per cui sta incamminandosi verso un futuro, speriamo remoto, pieno di incognite e ad un inesorabile fosco destino.

Circa un secolo fa, in questi giorni, uscivamo dalla prima guerra mondiale, fatta di fucili e baionette sulle pendici alpine a difendere i confini della nostra Patria. Dopo appena un ventennio entravamo in un'altra guerra mondiale. Fatta con arsenali più micidiali, più disumana della prima. Scatenata in primis a violare i confini di altrui Stati e non a difendere il proprio come per la prima. Entrambe procurarono lutti immani e milioni di ragazzi persi, macerie da per tutto, insomma un cataclisma bellico creato dalla ottusità umana.

Dopo queste tragedie diversi Leader Europei si convinsero che la strategia dell’offensiva militare erano state troppo dannose per le popolazione, per la morale e la dignità umana. Per tanto mai più guerre, ma una convinta nuova visione della vita, quindi candidati alla pace e al benessere e di un'altra concezione dello Stato. Patria sì, ma senza confini per i suoi cittadini, quindi la libera circolazione degli uomini e delle merci. I primi sette convennero ad una sorte di cooperazione tra i loro Stati per dare vita alla prima forma di cooperazione e la libera circolazione dei cittadini, dei prodotti fossili e poi quelli alimentari e via via ad oggi, fino a divenirne 28 gli stati aderenti a questa nuova concezione di umana convivenza dell’ Europa.

Bene, con questa premessa l’Unione europea sembrano avviarsi verso un brillante avvenire. Invece non sembra affatto così. Forti pressioni interne per cambiarne l’iniziale pacifica ed equa visione, il solidarismo tra gli Stati e tra i popoli stenta ad affermarsi, per primo all’interno degli stati stessi, come da noi: un nord egoista verso il sud ancora arretrato strutturalmente. Molto forte L’egoismo tra gli Stati che riaffiora ogni volta che si discute dei propri particolari interessi. Alcuni godono ancora prebende da antiche colonie, altri godono di una più facile distribuzione dei beni di consumo in quanto più vicini a quelli di produzione, questo per una meglio storica distribuzione delle popolazioni nel proprio Stato. Come può competere il nostro lungo stivale col suo sud, quando i suoi beni prodotti devono percorrere migliaia di chilometri per giungere i luoghi di consumo? Esaminiamo i gravosi costi dei trasporti, ci accorgiamo che questo assorbe oltre il venti per cento del valore del bene che si trasporta: Non si può competere cosi! Bisogna che si attiva una politica di perequazione dei costi e ricavi di chi produce nel mezzogiorno del Paese. Insomma il sud non è più competitivo sui mercati Europei. E questo gap incide sempre di più, man mano che aumenta lo spopolamento dei territori del sud e quindi meno consumo, meno lavoro specie le aree deboli e le cosiddette aree interne, quelle montane dove non solo l’incidenza gravoso del trasporto di ciò che si produce verso le aree di consumo, ma anche i maggiori costi produttivi, aggiungi le carenze dei servizi essenziali di chi vi vive: scuole, sanitari, uffici vari, addirittura il rischio di vita per gli anziani, infortunati e malati, lontani dai presidi sanitari e servizi di primo soccorso.?

Occorre attivare una politica per la diminuzione dei costi di trasporto, e quindi dei costi produttivi, agevolando le popolazioni delle aree deboli e del mezzogiorno, attivare un Piano nazionale per una perequazione economica e sociale a sud, rilanciare l’agricoltura e l’agro-industria nel mezzogiorno e di tutti i settori produttivi, attivare i nuclei industriali esistenti e funzionali. Più porti, super strade, aeroporti per aero-cargo, scali merci funzionali sulla rete ferroviaria delle dorsali del Paese e poi ripopolare il sud con un fisco vantaggioso per le giovani famiglie, mutui agevolati a chi risiede e produce nelle aree depresse del Paese

Tutto ciò solo per invertire l’attuale macabro processo del declino per sperare ad un orizzonte migliore.